Somalia, 26 anni fa la battaglia del Check point Pasta per i soldati italiani a Mogadiscio

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Alba del 2 luglio 1993. Parte “Canguro 11”. Per gli uomini dell’Operazione Ibis significa l’ennesimo rastrellamento in un centro abitato, alla ricerca di armi. Un’operazione di routine, anche se in grande stile e avviata con inusuale preavviso di poche ore. Non sono ancora le 06.00; la colonna si muove, si snoda per le vie semi-deserte di Mogadiscio, supera il check point “Pasta” e prende posizione all’interno della zona di operazioni. L’obiettivo del rastrellamento è il quadrilatero di 400 metri per 700, compreso fra “Pasta” e “Ferro”, l’altro caposaldo italiano in un quartiere abitato da uomini della tribù Ha-ber-ghidir, quella a cui appartengono i miliziani di Aidid. Sono circa 800 i paracadutisti , a bordo di VCC-1 e sui trasporto truppe Fiat 6614, appoggiati anche da otto carri M-60 del 132° ARIETE e da altrettante blindo B-1 CENTAURO dei LANCIERI DI MONTEBELLO. Per rafforzare lo schieramento, infatti, il Comando ha fatto affluire da Balad, poco a nord di Mogadiscio, le truppe del Raggruppamento BRAVO.
L’intera operazione è seguita dall’alto dagli elicotteri, in particolare A-129 MANGUSTA da combattimento e AB-205, che seguono i movimenti dei reparti italiani, pronti a segnalare eventuali pericoli e a intervenire con il fuoco delle loro armi. Intorno alle 06.00, i militari italiani, appoggiati dalla polizia somala, iniziano il rastrellamento casa per casa, alla ricerca delle armi. La tensione fra i due maggiori capi somali, Aidid e Ali Mahdi, è alle stelle e i “signori della guerra”, non sembrano intenzionati a mettere fine ai continui scontri, la tensione è molto alta e vi è il rischio che da un momento all’altro si accendano scontri con il contingente multinazionale. Proprio per questo lo spiegamento messo in atto dal generale Bruno Loi è imponente. I nostri soldati sanno di essere in missione di pace, ma anche un’operazione di peace keeping tra due fazioni, nasconde delle insidie notevoli. Nessuno lo ammette o se lo augura ma può accadere di tutto. Il rastrellamento è quasi terminato. I paracadutisti hanno scoperto parecchi depositi di armi, alcuni somali sono stati fermati e portati alla base per essere interrogati. Arriva l’ordine di rientrare; anche GANGURO 11 va in archivio , pensa qualcuno.
I blindati invertono la marcia e si avviano per uscire dal quartiere. Una parte della colonna si dirige verso il check-point FERRO, è il raggruppamento ALFA che deve rientrare al Porto Vecchio, l’altra, i militari dei Gruppo BRAVO, muove in direzione di PASTA, per tornare a Balad.
Sembra tutto tranquillo, troppo tranquillo. La testa della colonna si avvicina già a Balad quando iniziano i primi incidenti. Improvvisamente si odono le urla di nugoli di donne e bambini che avanzano verso i mezzi ancora rimasti in zona. Compaiono le prime barricate, copertoni in fiamme, auto ribaltate e ogni sorta di suppellettili rallentano la marcia dei nostri militari. I cingoli sferragliano sulle strade calde e polverose della capitale somala, gli uomini adesso più nervosi, sono all’erta, l’adrenalina è a mille. Nell’aria c’e qualcosa che non va. In pochissimi minuti le barricate si fanno più consistenti. Quella che all’inizio sembrava una delle tante manifestazioni contro le Nazioni Unite a Mogadiscio, si rivela un’imboscata in piena regola. Cosa ci sia alla base della decisione dei miliziani di attaccare i soldati dell’Operazione IBIS, non è ancora chiaro. Voci mai confermate (né smentite) dei vertici militari, riferiscono di una reazione a un piano italiano. Il “Canguro”, forse, portava nel suo “marsupio” una sorpresa per Aidid. Una squadra dell’itelligence italiano lo aveva localizzato nel quartiere dei suoi fedelissimi ed era a un passo dalla sua cattura. Quale sia la verità, quella mattina a Mogadiscio si scatena l’inferno.

I mezzi procedono lenti, la protesta dei somali impedisce di mantenere distanze e velocità di sicurezza, “Indietro, andate via”, urlano gli ufficiali italiani. In risposta ricevono insulti e sassate. Per fare indietreggiare la folla, i paracadutisti lanciano fumogeni, qualche flash-bang, ma la trappola è già scattata. Dietro la cortina di donne e bambini, compaiono i Kalashnikov e gli RPG-7. I manifestanti fanno da scudo, alle loro spalle i cecchini iniziano a bersagliare i soldati. Momenti di sconcerto, nessuno se lo aspettava. L’intesa tra italiani e somali si è rotta. Dopo 50 anni il nostro Paese si trova impegnato in uno scontro armato, per di più in una missione di pace.
Cresce la rabbia, arrivano le prime reazioni. Per terra cadono i primi feriti, un sottotenente dei LANCIERI DI MONTEBELLO, sul suo CENTAURO, viene colpito di striscio, si accascia, mentre una pioggia di pietre e di piombo si riversa sui nostri militari. I paracadutisti, riavutisi dalla sorpresa, rispondono al fuoco e intervengono anche i carabinieri del TUSCANIA, accorrono gli “specialisti”, gli incursori del 9° COL MOSCHIN.
L’imboscata però è ben congeniata, i nostri sono accerchiati, le strade sono interrotte dalle barricate, dalle finestre e dagli angoli defilati, i miliziani di Aidid sparano sui militari italiani. L’allarme si diffonde a tutto il contingente. Il Comando richiama subito i paracadutisti del Raggruppamento BRAVO. Erano già nei pressi di Balad, una ventina di chilometri da Mogadiscio. La radio gracchia, arriva l’ordine e i mezzi invertono la marcia in direzione della capitale. Occhi aperti, colpo in canna, i paracadutisti del 186° Reggimento sui VCC e sui gipponi VM-90, protetti alle spalle dai carri M60, arrivano lungo la Via Imperiale. Più avanti, in prossimità di un incrocio, vi è il check-point PASTA, così chiamato perché allestito in prossimità di un pastificio abbandonato.

La strada è apparentemente deserta, ai lati della carreggiata i resti delle barricate e qualche auto in fiamme, si sentono gli echi delle raffiche. Oltre l’incrocio c’e un ostacolo. Un’altra barricata, più grande delle altre. Tre VCC-1 procedono a poca distanza l’uno dall’altro, quando sono investiti dal fuoco dei guerriglieri. Il primo mezzo si piazza al centro dell’incrocio e risponde con le armi di bordo. La Browning M2 da 12,7 mm e l’MG-42/59 in 7,62 mm crepitano per coprire l’avanzata degli altri. Il secondo blindato lo segue, mentre il terzo ha fatto appiedare la squadra dei fucilieri, per mettere gli uomini in una migliore condizione di tiro. Sono istanti che sembrano lunghi anni. Da una strada laterale arriva un colpo mortale. Un RPG-7 colpisce il secondo VCC-1 e la carica cava perfora la corazza, colpendola proprio sopra la parte superiore del cingolo. E’ la prima vittima del 2 luglio. Il paracadutista Pasquale Baccaro muore sul colpo, colpito alla gamba dal dardo di fuoco, mentre sta azionando la sua MG. Dentro il mezzo è l’inferno. I feriti escono dal portellone posteriore sconvolti per l’esplosione. Il sergente maggiore Giampiero Monti ha l’addome squarciato, il paracadutista Massimiliano Zaniolo la mano devastata. I somali adesso, galvanizzati dal colpo, si fanno sotto. Gli uomini del terzo VCC già a terra, si schierano a raggiera per difendere i feriti e dar tempo ai soccorsi di arrivare. Il sottotenente Gianfranco Paglia coordina l’azione, mentre il VCC più avanzato, allo scoperto, al centro dell’incrocio stradale copre i soldati a terra. I miliziani adesso sono a 20-30 metri, si distinguono quasi i volti, sparano anche con i mortai leggeri e con le mitragliatrici, appostati fra le mura dei pastificio, nelle casupole e sui container. La reazione degli italiani è decisa, la 12.7 mm dei VCC di copertura bersaglia con precisione gli aggressori mentre i paracadutisti a terra sparano a raffica con i loro fucili d’assalto SCP-70/90 e lanciano granate. Passano i minuti, le ambulanze e i soccorsi sono bloccati dal fitto fuoco avversario e dalle barricate. Bisogna fare da soli per uscire fuori dalla situazione. Il mezzo colpito, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, viene rimesso in moto, i feriti vengono caricati a bordo e il reparto lascia il luogo dell’agguato mentre l’intero quartiere è ormai in rivolta. Si combatte ovunque, lungo la Via Imperiale, si spara dalle vie traverse, in particolare dal pastificio. I militari italiani sono circondati e gli elicotteri A-129 MANGUSTA e i corazzati chiedono il permesso di poter utilizzare le loro armi. Se entrassero in azione i 105/51 mm degli M-60 e i 105/52 mm delle blindo CENTAURO e se gli elicotteri potessero sparare i missili TOW, il compito delle truppe a terra sarebbe facilitato, l’assedio rotto con minor rischi per i soldati dell’IBIS. Il generale Loi non se la sente di rischiare una carneficina. I colpi di cannone tra le case, causerebbero sicuramente una strage, coinvolgendo anche civili innocenti. L’autorizzazione ad aprire il fuoco non arriva. “Identificate e neutralizzate i centri di fuoco” Risponde il Comando. Si tratta di un lavoro molto rischioso che può essere affidato soltanto a soldati professionisti. Cecchini e postazioni vengono segnalati da terra e dagli elicotteri. Sui loro VM arrivano gli incursori dei 9° Battaglione COL MOSCHIN, a cui spetta il compito più difficile, quello di far tacere mortai e lanciarazzi c/c attaccandoli con le armi individuali o di squadra, ma senza l’appoggio delle armi pesanti. Gli uomini del COL MOSCHIN vanno all’assalto sotto una pioggia di proiettili.

Si sviluppa un combattimento casa per casa, con colpi di SCP, raffiche di MP-5 e bombe a mano contro i miliziani in agguato. Il contrattacco si sviluppa nei dintorni del pastificio. Durante l’ennesimo assalto cade falciato da una raffica, il sergente maggiore degli incursori Stefano Paulicchi.
Un gruppo di somali, intanto, riesce ad impossessarsi di un VM. Una decina, forse più, salgono a bordo del gippone, esultano, fuggono via con il loro bottino. Vengono immediatamente individuati da un elicottero MANGUSTA; il puntatore li inquadra e chiede l’autorizzazione a sparare. “Negativo” Rispondono alla radio dal Comando. Le imprecazioni riecheggiano nell’interfono, adesso il gippone sparisce nel dedalo di viuzze del quartiere.
Ma il pilota dell’elicottero non ci sta, non molla la preda. Vola radente sfiorando i tetti delle case, sapendo che le armi leggere dei somali possono poco contro la blindatura del velivolo. Poco dopo riavvista il mezzo e l’A-129 s’inclina, inquadra il bersaglio, chiede di nuovo l’autorizzazione al fuoco. Questa volta I’ “Okey” arriva subito. Non tanto però da anticipare il missile TOW che ha già colpito il bersaglio, distruggendolo con tutti gli occupanti.
Intorno a PASTA i combattimenti continuano. A FERRO si forma una colonna di mezzi, formata tutta da volontari. Nessuno si tira indietro! Vogliono tornare indietro per dare un aiuto ai paracadutisti ancora intrappolati. Due VCC-1 del Battaglione Carabinieri Paracadutisti TUSCANIA, uno del 186° Rgt e una blindo CENTAURO si lanciano nella mischia. A tutta velocità entrano in una strada che sbocca sulla Via Imperiale. Alcuni ostacoli si parano loro davanti, ancora spari e i mezzi italiani sfondano di slancio la barriera, rispondono al fuoco. Il sottotenente Andrea Millevoi è il capo equipaggio della CENTAURO, coordina l’azione, sporge il busto fuori dalla torretta, per meglio controllare la situazione. Viene colpito da una raffica e muore sul colpo. E’ la terza vittima del 2 luglio.
Quasi contemporaneamente, alle sue spalle, tre colpi di Kalashnikov feriscono gravemente il suo parigrado della FOLGORE, Gianfranco Paglia, in azione su di un VCC. Gli italiani, comunque, progressivamente si disimpegnano. Gli incursori hanno realizzato una cornice di sicurezza, ma è tutto molto precario. I miliziani ricevono nuovi rinforzi e i mezzi italiani ripiegano su ordine del Comando ma da alcune postazioni gli uomini di Aidid minacciano la colonna. I carri italiani sono li, impotenti. Gli ordini sono chiari “Niente artiglieria !” ma non e facile ubbidire quando vedi i tuoi commilitoni inchiodati a terra dal fuoco nemico. Qualcuno pensa che e meglio beccarsi una punizione piuttosto che vederli morire.

Uno o forse più M-60 prendono posizione, brandeggiano la torretta, controllano l’alzo. Sparano. Il bersaglio è un gruppo di catapecchie e container che fanno da riparo ai miliziani. Da li, almeno, non colpiranno più e i somali debbono registrare forti perdite, inducendoli a moderare il loro ardore combattivo. Sono circa le 13.00 e gli italiani abbandonano la zona e i posti di blocco PASTA e FERRO. Tenerli in quelle condizioni vorrebbe dire scatenare una battaglia campale con i somali. Il bilancio è tragico, con tre caduti italiani e 23 feriti. Ma Aidid non può cantare vittoria. Ha pagato a caro prezzo alle truppe dell’UNOSOM, con almeno un centinaio dei suoi caduti nello scontro, a riprova che l’azione dei militari italiani, pur se fortemente limitata, è stata efficace. Dal 2 luglio in poi, a Mogadiscio nulla sarà come prima. 


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